venerdì 12 febbraio 2016

Il San Valentino della commessa: Un mese di lavoro per due mutande! – o di Sharm el-Sheikh versus Torvajanica –


Erano salite sul treno nella stazione di Pomezia – Santa Palomba.

Facevano entrambe le commesse nei negozi del centro, quello vero, via Frattina, ma in negozi diversi.

Entrambi negozi di abbigliamento esclusivo per ricche signore.

Vestite e truccate come da copione si deve vestire e truccare una commessa di quei negozi.

Si scambiavano ragionevoli lamentele da commesse:

La cliente della sera prima aveva fatto tirare fuori tutta la merce ….
La settimana scorsa mancavano 30 euro dalla cassa e le commesse avevano dovuto fare una colletta …
La capa “rompeva” assai e non tollerava errori di sorta …
La collega antipatica lo faceva apposta ….
C’era l’inventario e bisognava farlo in orario di chiusura lavorando tutta la notte ….
Si lavorava il fine settimana …
Si guadagnavano solo settecentocinquanta euro al mese ….
Straordinari tanti pagati mai …..

Insomma, un lavoro pagato male e peggio sopportato.

Cambiano discorso, si parla del prossimo San Valentino: avrebbero preso le ferie.

“Sharm” in Egitto (perché adesso costa poco!).

Il ragazzo di lei che lavorava in una officina di pompe e iniettori aveva comprato i biglietti (aereo più villaggio).
Lei aveva preparato una sorpresa:
aveva comprato un intimo coordinato lei-lui esclusivo, disegnato dal famoso stilista del famoso negozio.

La sera al villaggio vacanze lo avrebbero indossato insieme.

Quella stronza della capa non aveva voluto batterlo a prezzo di saldi ed aveva dovuto pagarlo a prezzo pieno: ottocento euro.


OTTOCENTO euro per due mutande ed un reggiseno??!

Un mese di lavoro odiato e subito, un mese di treno e di puzza di metropolitana, un mese di colleghe antipatiche, di fine settimana al lavoro, di straordinario gratis ….. e tutto questo ….. per due mutande ed un reggiseno dello stesso colore disegnati da un famoso frocio (forse)??

Cara Commessa e caro Meccanico di pompe e iniettori:
ma che vi passa per la testa? Ma come e perché vi siete lasciati lobotomizzare?

Durante i fine settimana non sarebbe stato meglio, invece di andare a lavorare, andarsene al mare di Torvajanica, sotto casa, con costumi e mutande spaiati?

Ma vi serve veramente l’intimo coordinato del frocio? Ma due mutande bianche di cotone (sei euro a confezione da cinque) che tanto poi ve le dovete sfilare svelti svelti no? (alla faccia del frocio naturalmente!).

lunedì 1 febbraio 2016

La vaccona – o di oriente versus occidente-

Faceva molto caldo, un caldo pesante ed opprimente che durava da troppi giorni.
L’estate sarebbe stata ancora molto lunga e molto calda.

I telegiornali ripetevano la fola dei cambiamenti climatici (ma quando la Co2 è divenuta un veleno? Sul suo libro di chimica non lo era).

L’unica salvezza era l’ara condizionata.

Ma il treno del ritorno del pendolare non aveva l’aria condizionata, o meglio aveva il condizionatore, ma, al solito, non funzionava.

Da tutti i finestrini abbassati entrava insieme al rumore assordante il turbine dell’aria che si era arroventata sotto il sole della interminabile giornata estiva.

L’atmosfera per tutto il giorno aveva assorbito il calore sopra la terra scura e riarsa della campagna romana.
La pozzolana ed il tufo usciti dal vulcano laziale ora riversavano tutto il calore accumulato nel treno e sopra i passeggeri esausti.

Vicini, tre mussulmani:
una madre sui cinquanta e due figli maschi tra i venti ed i trent'anni. Pakistani? Egiziani? Arabi? Non era in grado di capirlo e non aveva importanza.
Leggevano tutti e tre, naturalmente leggevano i caratteri arabi scritti da destra a sinistra per cui non si capiva che libri fossero, le copertine sobrie ma illustrate sembravano escludere libri religiosi.

Erano molto dignitosi nonostante il caldo.

I figli avevano camice scure, barbe curatissime lo stesso naso regolare e le stesse mani con le dita affusolate della madre.
La madre non aveva trucco o gioielli visibili, capelli grigi e neri raccolti dietro la nuca, gli occhi scuri ed un lungo vestito a tunica di lino grigio molto chiaro.
Insomma, un’aria pulita e dignitosa.
Era ...bella.
Leggeva veloce, lo si capiva  dagli occhi e dalle mani che voltavano le pagine.

Sembravano immuni al caldo.

Anche il pendolare combatteva il caldo con dignità.
Non arrotolava le maniche della camicia (anche per evitare il contatto con la plastica appiccicaticcia della poltroncina) ed evitava di sventolarsi ( a che serviva visto che dai finestrini arrivava il getto discontinuo dell’aria torrida?)

Vicina ai tre lettori una vaccona sui cinquanta stravaccata, appunto, sul sedile.

Carnagione bianchissima e tremula, trucco pesantissimo (occhi, unghia delle mani e dei piedi, capelli …), abbigliamento non consono ne all'età ne al peso ne all'occasione.

Anche la vacca leggeva.
Un settimanale di “gossip”.
La carne molliccia entrava in risonanza con le vibrazioni della carrozza che sferragliava sui binari.
Le stoffe trasparenti non servivano a fermare ne il caldo (contro il quale anzi non opponevano nessuna resistenza) ne la vista.
La carne era spalmata sul sedile lurido.
Si sventolava rabbiosamente con un ventaglio inverosimile.

Sulla rivista foto a tutta pagina di politici, calciatori, attrici, e famosi vari che posavano nudi su spiagge tropicali o della Sardegna (a scelta) e titoloni riferiti a tradimenti o rappacificamenti (pure a scelta).

Leggeva lentissima.

A volte la madre alzava gli occhi dalle pagine del libro e guardava la vaccona.
Al pendolare sembrava di scorgere disprezzo, ma forse era solo il disprezzo che provava lui.

“Latina, stazione di Latina.
E’ in arrivo sul secondo binario ….”

Scendono tutti, mussulmani e vacca.

Si riparte.

Dai finestrini sembra entrare un po’ di fresco, oppure è solo l’odore dei canneti e dei canali di bonifica con le erbe in putrefazione.

Lo stesso odore che fino a pochi decenni prima dominava incontrastato, con la palude le zanzare e la malaria.
Lo stesso odore che sentiva da piccolo nel fazzoletto di terra vicino alla idrovora.

Lo stesso odore che avrebbe sentito il fine settimana successivo perché come al solito sarebbe tornato vicino la idrovora su quel terreno che era stato bonificato dal nonno, e lavorato dal padre, da quegli uomini di roccia che non uscivano di casa senza il cappello e da quelle donne magre, ossute, dalle mani forti e dalle dita affusolate che non uscivano di casa senza il fazzoletto annodato sopra i capelli grigi e neri raccolti dietro la nuca.

Sudore – o dei vantaggi del burka –

Faceva molto caldo, un caldo pesante ed opprimente che durava da troppi giorni.
L’estate sarebbe stata ancora molto lunga e molto calda.

I telegiornali ripetevano la fola dei cambiamenti climatici (ma quando la Co2 è divenuta un veleno? Sul suo libro di chimica non lo era).

L’unica salvezza era l’ara condizionata.

In ufficio il diffusore era sempre al massimo e garantiva un aria innaturale (il corpo in qualche modo lo capiva) ma fresca.

Erano quelli tra i pochi giorni in cui ricordava senza rimpianto i pomeriggi passati a fare altri lavori, all’aperto, la dove il caldo poteva colpire indisturbato.

Da qualche parte aveva letto che la differenza tra ricchi e poveri è il caldo.

Era vero, il ricco può sfuggire al caldo: può accendere l’aria condizionata, può evitare di uscire all’aperto, può, se molto ricco, prendere un aereo ed andare nell’altro emisfero.

Il povero no: deve sudare.

Fino a che stava in ufficio si sentiva ricco.
Ma bisognava pure tornare a casa e per farlo doveva diventare Pendolare.

Per raggiungere la navetta scelse il percorso interno, ovviamente.
La prese apposta all’ultimo minuto.

Per fortuna anche l’autista voleva sentirsi ricco o aveva il ricordo di pomeriggi passati con attrezzi da lavoro pesante sotto il sole di Agosto.
Infatti, se possibile, l’autobus era ancora più fresco dell’ufficio ed i vetri scuri schermavano la luce abbacinante del tardo pomeriggio romano.

Che lusso! Poteva ancora tenere la giacca e la cravatta annodata. La camicia era ancora perfetta dopo una intera giornata!

L’impatto con l’asfalto all’aperto vicino l’entrata della metro fu devastante, il caldo, la luce, la puzza, l’aria solida.

Nel convoglio della metro non c’era la luce abbagliante del sole ma c’era una umidità altissima che sembrava (e probabilmente era) il prodotto delle secrezioni delle gallerie e dei passeggeri.
La folla di poveracci sudati faceva il resto.
Eppure la camicia resisteva ancora intonsa.
La giacca invece giaceva buttata sul braccio che non lo teneva ai sostegni.

Vicino una ragazza.
Bassa, grassa e dall’aria ebete con due grandi occhi celesti e bovini.

Il solito abbigliamento indecente lasciava completamente scoperta una pancia stranamente gonfia: si sarebbe detta incinta ma era troppo giovane, sulla pancia due tette immonde, piccole se paragonate al resto del corpo ma al tempo stesso cadenti, come se il caldo le avesse liquefatte. Nessun reggiseno le sosteneva e uno straccio semitrasparente le copriva appena.
La cosa peggiore era il sudore che colava a rivoli su quella orribile pancia bianca e scoperta poggiata al sostegno verticale lurido della metro.

Frenata improvvisa e brusca del convoglio, la ragazza con la faccia da ebete perde l’equilibrio e spalma la pancia sulla camicia intonsa.

Una macchia informe di sudore.

L’ha odiata intensamente, per gli occhi bovini, per la faccia da ebete, per la pancia stranamente gonfia, per le tette liquefatte e per la macchia di sudore, o forse e soprattutto per averlo ributtato di colpo tra i poveri.

Il burka!

Il burka sarebbe stata la soluzione giusta per lei e per quelle come lei!

Non si sarebbero viste le facce, le pance e le tette.


E soprattutto non avrebbero macchiato la camicia.