lunedì 1 febbraio 2016

La vaccona – o di oriente versus occidente-

Faceva molto caldo, un caldo pesante ed opprimente che durava da troppi giorni.
L’estate sarebbe stata ancora molto lunga e molto calda.

I telegiornali ripetevano la fola dei cambiamenti climatici (ma quando la Co2 è divenuta un veleno? Sul suo libro di chimica non lo era).

L’unica salvezza era l’ara condizionata.

Ma il treno del ritorno del pendolare non aveva l’aria condizionata, o meglio aveva il condizionatore, ma, al solito, non funzionava.

Da tutti i finestrini abbassati entrava insieme al rumore assordante il turbine dell’aria che si era arroventata sotto il sole della interminabile giornata estiva.

L’atmosfera per tutto il giorno aveva assorbito il calore sopra la terra scura e riarsa della campagna romana.
La pozzolana ed il tufo usciti dal vulcano laziale ora riversavano tutto il calore accumulato nel treno e sopra i passeggeri esausti.

Vicini, tre mussulmani:
una madre sui cinquanta e due figli maschi tra i venti ed i trent'anni. Pakistani? Egiziani? Arabi? Non era in grado di capirlo e non aveva importanza.
Leggevano tutti e tre, naturalmente leggevano i caratteri arabi scritti da destra a sinistra per cui non si capiva che libri fossero, le copertine sobrie ma illustrate sembravano escludere libri religiosi.

Erano molto dignitosi nonostante il caldo.

I figli avevano camice scure, barbe curatissime lo stesso naso regolare e le stesse mani con le dita affusolate della madre.
La madre non aveva trucco o gioielli visibili, capelli grigi e neri raccolti dietro la nuca, gli occhi scuri ed un lungo vestito a tunica di lino grigio molto chiaro.
Insomma, un’aria pulita e dignitosa.
Era ...bella.
Leggeva veloce, lo si capiva  dagli occhi e dalle mani che voltavano le pagine.

Sembravano immuni al caldo.

Anche il pendolare combatteva il caldo con dignità.
Non arrotolava le maniche della camicia (anche per evitare il contatto con la plastica appiccicaticcia della poltroncina) ed evitava di sventolarsi ( a che serviva visto che dai finestrini arrivava il getto discontinuo dell’aria torrida?)

Vicina ai tre lettori una vaccona sui cinquanta stravaccata, appunto, sul sedile.

Carnagione bianchissima e tremula, trucco pesantissimo (occhi, unghia delle mani e dei piedi, capelli …), abbigliamento non consono ne all'età ne al peso ne all'occasione.

Anche la vacca leggeva.
Un settimanale di “gossip”.
La carne molliccia entrava in risonanza con le vibrazioni della carrozza che sferragliava sui binari.
Le stoffe trasparenti non servivano a fermare ne il caldo (contro il quale anzi non opponevano nessuna resistenza) ne la vista.
La carne era spalmata sul sedile lurido.
Si sventolava rabbiosamente con un ventaglio inverosimile.

Sulla rivista foto a tutta pagina di politici, calciatori, attrici, e famosi vari che posavano nudi su spiagge tropicali o della Sardegna (a scelta) e titoloni riferiti a tradimenti o rappacificamenti (pure a scelta).

Leggeva lentissima.

A volte la madre alzava gli occhi dalle pagine del libro e guardava la vaccona.
Al pendolare sembrava di scorgere disprezzo, ma forse era solo il disprezzo che provava lui.

“Latina, stazione di Latina.
E’ in arrivo sul secondo binario ….”

Scendono tutti, mussulmani e vacca.

Si riparte.

Dai finestrini sembra entrare un po’ di fresco, oppure è solo l’odore dei canneti e dei canali di bonifica con le erbe in putrefazione.

Lo stesso odore che fino a pochi decenni prima dominava incontrastato, con la palude le zanzare e la malaria.
Lo stesso odore che sentiva da piccolo nel fazzoletto di terra vicino alla idrovora.

Lo stesso odore che avrebbe sentito il fine settimana successivo perché come al solito sarebbe tornato vicino la idrovora su quel terreno che era stato bonificato dal nonno, e lavorato dal padre, da quegli uomini di roccia che non uscivano di casa senza il cappello e da quelle donne magre, ossute, dalle mani forti e dalle dita affusolate che non uscivano di casa senza il fazzoletto annodato sopra i capelli grigi e neri raccolti dietro la nuca.

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