Faceva molto caldo, un caldo pesante ed opprimente che durava
da troppi giorni.
L’estate sarebbe stata ancora molto lunga e molto calda.
I telegiornali ripetevano la fola dei cambiamenti climatici
(ma quando la Co2 è divenuta un veleno?
Sul suo libro di chimica non lo era).
L’unica salvezza era l’ara condizionata.
In ufficio il diffusore era sempre al massimo e garantiva un
aria innaturale (il corpo in qualche modo lo capiva) ma fresca.
Erano quelli tra i pochi giorni in cui ricordava senza rimpianto
i pomeriggi passati a fare altri lavori, all’aperto, la dove il caldo poteva
colpire indisturbato.
Da qualche parte aveva letto che la differenza tra ricchi e
poveri è il caldo.
Era vero, il ricco può sfuggire al caldo: può accendere
l’aria condizionata, può evitare di uscire all’aperto, può, se molto ricco, prendere
un aereo ed andare nell’altro emisfero.
Il povero no: deve sudare.
Fino a che stava in ufficio si sentiva ricco.
Ma bisognava pure tornare a casa e per farlo doveva
diventare Pendolare.
Per raggiungere la navetta scelse il percorso interno,
ovviamente.
La prese apposta all’ultimo minuto.
Per fortuna anche l’autista voleva sentirsi ricco o aveva il
ricordo di pomeriggi passati con attrezzi da lavoro pesante sotto il sole di
Agosto.
Infatti, se possibile, l’autobus era ancora più fresco
dell’ufficio ed i vetri scuri schermavano la luce abbacinante del tardo
pomeriggio romano.
Che lusso! Poteva ancora tenere la giacca e la cravatta
annodata. La camicia era ancora perfetta dopo una intera giornata!
L’impatto con l’asfalto all’aperto vicino l’entrata della
metro fu devastante, il caldo, la luce, la puzza, l’aria solida.
Nel convoglio della metro non c’era la luce abbagliante del
sole ma c’era una umidità altissima che sembrava (e probabilmente era) il
prodotto delle secrezioni delle gallerie e dei passeggeri.
La folla di poveracci sudati faceva il resto.
Eppure la camicia resisteva ancora intonsa.
La giacca invece giaceva buttata sul braccio che non lo
teneva ai sostegni.
Vicino una ragazza.
Bassa, grassa e dall’aria ebete con due grandi occhi celesti
e bovini.
Il solito abbigliamento indecente lasciava completamente
scoperta una pancia stranamente gonfia: si sarebbe detta incinta ma era troppo
giovane, sulla pancia due tette immonde, piccole se paragonate al resto del
corpo ma al tempo stesso cadenti, come se il caldo le avesse liquefatte. Nessun
reggiseno le sosteneva e uno straccio semitrasparente le copriva appena.
La cosa peggiore era il sudore che colava a rivoli su quella
orribile pancia bianca e scoperta poggiata al sostegno verticale lurido della
metro.
Frenata improvvisa e brusca del convoglio, la ragazza con la
faccia da ebete perde l’equilibrio e spalma la pancia sulla camicia intonsa.
Una macchia informe di sudore.
L’ha odiata intensamente, per gli occhi bovini, per la
faccia da ebete, per la pancia stranamente gonfia, per le tette liquefatte e per
la macchia di sudore, o forse e soprattutto per averlo ributtato di colpo tra i
poveri.
Il burka!
Il burka sarebbe stata la soluzione giusta per lei e per
quelle come lei!
Non si sarebbero viste le facce, le pance e le tette.
E soprattutto non avrebbero macchiato la camicia.
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